Congedo mestruale: fine della lotta con le ovaie?

Una proposta di legge per il congedo mestruale per le lavoratrici.

Un lunedì di dismenorrea su Google e sulle testate online (come se la proposta fosse arrivata solo l’altro ieri alla Camera).
La proposta di legge sul congedo mestruale, presentata da quattro deputate del Pd, prevede la possibilità per la donna lavoratrice di assentarsi –  di “diritto” – dal lavoro per 3 giorni al mese. La proposta si applica alle lavoratrici con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, full o part time, a tempo indeterminato, determinato e a progetto. In ogni caso, il congedo si applica solo alle donne che soffrono di dismenorrea. Cosa vuol dire dismenorrea? Per illuminare i maschietti, vuol dire avere un ciclo doloroso.
Come funzionerebbe il congedo?
La donna dovrà presentare un certificato medico al datore di lavoro sulle proprie condizioni. Il certificato dovrà, poi, essere rinnovato entro il 31 dicembre di ogni anno e presentato entro il 30 gennaio dell’anno successivo. Inoltre, nei giorni di congedo mestruale, non verrà ridotto lo stipendio.
In due parole, il sogno di ogni donna in lotta con le proprie ovaie. In italia, infatti, tra il 60% e il 90% delle donne soffre di dismenorrea.
Ma siamo sicure che ci serva solo la legge per il congedo mestruale?
assorbenteOltre a questa proposta, c’è anche una proposta presentata dai deputati di Possibile (presentata alla Camera a gennaio 2016) sempre sulle donne, sempre sul tema mestruazioni, che chiede l’abbassamento dell’iva al 4% per gli assorbenti.
La cosiddetta Tampon tax punta, infatti, al riconoscimento di tamponi interni, assorbenti interni, coppe e spugne mestruali come beni di prima necessità (al pari, quindi di pane e pasta – per rendere l’idea).
Vagliando la remota possibilità che la proposta di legge veda la luce in questi tempi bui, la Tampon tax potrebbe innescare step successivi, come, ad esempio, l’accesso gratuito agli anticoncezionali e l’abolizione della pink tax.
Di cosa parlo? 
Prima ancora del Fertility Day, veniva pubblicata in Gazzetta ufficiale la riclassificazione in fascia C di alcune pillole anticoncezionali (come spiega l’Espresso qui).
Questo vuol dire che queste pillole – che prima erano in fascia A e, quindi, a carico dello Stato – adesso sono a carico nostro. Come molti sapranno, oltre a proteggere da gravidanze, la pillola serve anche per risolvere – o tenere a bada – eventuali problemi ormonali.
E in tutto ciò, quanto costa la contraccezione in Italia? Diciamo che, in media, per le spese che sosteniamo, noi donne potremmo permetterci di andare al cinema 4-5 volte al mese. Sommato, poi, ad almeno 3 pacchi di assorbenti che compriamo al mese, ci pagheremmo anche 3 pop corn formato big (magari anche con una bibita).
A questo, poi, si aggiunge la pink tax.
Oltre al gender gap e al gender pay gap, noi donne dobbiamo anche, infatti, ‘accollarci’ la tassa rosa. Sostanzialmente, una tassa che non si nota a occhio nudo, ma che paghiamo perché è applicata su tutti quei prodotti e servizi che sono destinati a noi, come, ad esempio, i prodotti per capelli  (La Stampa ve lo spiega meglio di me). Un po’ una tassa fantasma che avverti solo quando strisci la carta per pagare un jeans nuovo o per pagare l’estetista.
Insomma, tutto ciò per chiedervi: siamo davvero sicure che ci serva solo la legge sul congedo mestruale?

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