Pink tax e e-commerce, il prezzo di essere donna nel marketing di genere 

Gender gap, e-commerce, pink tax. Avreste mai pensato di mettere insieme queste parole? No? Nemmeno io.

Il trinomio salta fuori da uno studio del New York City Department of Consumer Affairs (DCA) – l’agenzia municipale americana di protezione del consumatore – che ha messo nero su bianco quello che noi donne sospettavamo, ma su cui non abbiamo mai prestato veramente attenzione, e cioè che i prodotti per le donne costano di più rispetto a quelli per gli uomini.
Che ci crediate o no, nel vasto mondo del marketing esiste il marketing di genere, ovvero quella fetta del settore legata al sesso del consumatore che mostra appunto questa differenza di prezzo, detta anche gender pricing. In sintesi, il gender pricing è il prezzo di essere nate con le ovaie e spiega perché Cicciobello sia sempre costato così tanto (da 30 mila lire a 30 e più euro), mentre i giochi per maschietto siano sempre stati più ‘pret-à-monnaie’.
Ma torniamo allo studio.
L’Agenzia di New York ha condotto lo studio analizzando circa 800 prodotti di 35 categorie (coinvolgendo più di 90 brand), dalle versioni sia maschili che femminili, ovvero giocattoli, accessori, vestiti per bambini e per adulti e prodotti per la cura della persona e per la casa.
Cosa è saltato fuori?
Lo studio mostra come i prodotti per le donne costino, in media, il 7% in più rispetto al prezzo di prodotti maschili: 7% in più sui giocattoli, 4% sui vestiti per bambini e 8% su quelli per adulti, oltre poi al 13% sui prodotti per la persona e 8% sulla categoria adulti di prodotti per la casa e per la persona. Insomma, i prodotti destinati alle donne costano mediamente in più il 42% delle volte contro il 18% dei prodotti maschili. Il beneficio del dubbio? Provate a cercare su un e-commerce di vostra scelta un prodotto che abbia la variante sia maschile che femminile, date un’occhiata ai prezzi e tirate le vostre somme (io l’ho fatto cercando ‘bicicletta’ e sulla stessa bici è saltata fuori una differenza di prezzo di 10€). 
Cosa vorrebbe dire tutto questo?
La pink tax, ovvero la ‘tassa rosa’ applicata ai prodotti destinati alle donne (ne parlo anche qui) si aggiunge al mondo del digital single market. Il fatto che noi donne siamo una risorsa di profitto per le aziende non è una novità, ma quello che forse dimentichiamo – noi donne – è che subiamo ancora il gender pay gap (Gpg), che non è altro che la disparità di trattamento sul posto di lavoro, rispetto ad uno stesso ruolo ricoperto da un uomo. Basta dare un’occhiata ai dati Istat ed Eurostat per capire di cosa sto parlando: in Italia, infatti, il Gpg è del 6,1%, mentre in Europa il divario è del 16,7%. Vi sembra poco? Nonostante questo, siamo più propense ad acquistare online, tassa o non tassa, 2-3 volte al mese (34,2% – dal sondaggio Idealo) e copriamo circa il 44% di acquisti online nell’Europa a 28 e a 27 (Eurostat 2016). 
Quindi?
La soluzione proposta da uomini che odiano le donne porta lo slogan “Imparate a risparmiare”, complice il pregiudizio che ‘non badiamo a spese’ nei nostri acquisti.
In realtà, una delle soluzioni sarebbe quella di alzare il tono della voce per far sentire che questa tassa nascosta esiste, puntando a scoraggiare queste assurde regole di marketing e di mercato.
Una base di partenza? Azzerare il maschilismo – soprattutto di chi siede in poltrone – e puntare i piedi dall’alto del nostro tacco 12 per chiedere parità di prezzo e di trattamento. Il minimo per il prezzo di essere donne, in Italia e non solo.

 

 

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