Perché è importante festeggiare il 9 maggio, Festa dell’Europa

Diciamoci la verità: parlare di Unione europea è diventato un po’ mainstream, persino per chi di Europa non se ne è mai occupato. Post e tweet non fanno che sembrare tutti interessati al futuro dell’Europa nell’anno del post-Brexit. Euroscetticismo, eurozona, governance economica europea, l’hashtag è pronto.
Eppure, quasi ci dimentichiamo perché il 9 maggio è la festa dell’Europa, che proprio il 9 maggio del 1950 (Dichiarazione Schuman) Schuman dichiarava che “l’Europa non potrà farsi in una volta sola”. Ma, 60 anni dopo, pretendiamo che l’Europa e l’Unione europea a 27 si facciano da soli, tra Consigli europei straordinari e presidenze a rotazione.
Non siamo una generazione in grado di scrivere un Manifesto di Ventotene, preferiamo piuttosto puntare il dito perché puntare il dito è più facile che rimboccarsi le maniche. Preferiamo ipotizzare referendum di uscita dall’euro o dall’Europa, poco importa la distinzione perché sempre di establishment si tratta – o almeno così dicono.
Preferiamo dare carta bianca ai populismi, ma poi comunque tiriamo un sospiro di sollievo quando scopriamo che Marine Le Pen non ha conquistato la presidenza francese. Ipotizziamo riforme della governance europea e nuovi parlamenti dimenticandoci che, forse, dovremmo prima razionalizzazione il sistema generale. Marciamo per l’Europa, ma allo stesso tempo invitiamo al tavolo degli europeisti chi in Europa vuole starci con le proprie regole, anche violando i diritti umani. E poi, ancora, puntiamo ad un’Europa a due velocità, alimentando l’idea di Stati di serie A e di serie B, di Stati dell’Est e dell’Ovest, mediterranei e centrali.

Ma allora, dopo tutto questo, perché è importante festeggiare il 9 maggio?
Ripartire dai difetti e dalle spaccature che l’Ue si porta dietro potrebbe essere la chiave per il Futuro dell’Europa. dichiarazione roma 2017È vero, probabilmente non saremo una generazione in grado di scrivere un nuovo Manifesto, ma siamo comunque la generazione Erasmus e facciamo parte della connessione messa in moto dal 1987 in poi. Siamo la generazione che si arrabbia per la vittoria del Leave e quella che nel progetto di 60 anni fa ancora ci crede.
A 60 anni dalla dichiarazione Schuman,  ci viene data l’opportunità di ripartire nell’anno dell’Europa anno zero.
La Dichiarazione di Roma firmata dai 27 leader europei lo scorso 25 marzo muove primi passi verso questa direzione. “Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile – si legge nella Dichiarazione  –  che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione”. Un progetto di riforma che parta, quindi, dai cittadini per dare loro “nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica”, un’Europa “sicura, prospera e sostenibile, sociale e più forte sulla scena mondiale”.

Ma siamo davvero sulla buona strada?
Non possiamo parlare di Unione politica senza parlare di una riforma dei Trattati. vertice europeo
La riforma della governance è probabilmente la strada per il nuovo progetto a 27, colmando quei vuoti dove le spaccature come euroscetticismo in generale e Brexit in particolare hanno trovato un proprio spazio. L’illusione delle tabelle di marcia dei Vertici europei, da Bratislava in poi, non convincono più. Tuttavia, non possiamo prescindere dalla governance economica. L’Unione europea, allo stato attuale, non può viaggiare su due binari paralleli. Non possiamo credere che l’Ue possa sopravvivere con due entità diverse, una economica e l’altra politica. Gli attuali sistemi di governance e governance economica, infatti, si inseriscono oggi all’interno di un’Unione europea che – mai come adesso – vive una fase di stagnazione politica, con il rischio che il progetto europeo venga sacrificato sui tavoli dei Consigli stra-ordinari europei.
Allo stesso tempo, però, l’Europa non può sopravvivere senza i suoi cittadini.
Bisogna ridurre i gap che l’Ue si trascina dietro, da Maastricht in poi, e per farlo bisognerà ripartire dai cittadini europei e dal Parlamento europeo, attraverso una vera e propria riforma del sistema europeo. Avvicinare l’Europa ai cittadini, insomma. Che troppe volte l’abbiamo detto, ma altrettante poche l’abbiamo fatto per davvero.
E, quindi, auguri Europa. Altri 100 di questi anni. 

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