Nell’era Millennials l’imprenditorialità è femmina e passa per Youtube. Ma come la mettiamo con la disuguaglianza di genere?

Le convinzioni del mondo dei video sono crollate. E a buttar giù i castelli ci ha pensato proprio Youtube stesso.

Sono rimasta sorpresa anche io della ricerca Youtube dello scorso marzo che mostra che le donne Millennials guardano contenuti sull’imprenditorialità e la professionalizzazione, piuttosto che video alla Clio make up o sulle ricette da impiattare. Un dato positivo? Assolutamente sì! Ciononostante, c’è ancora la disuguaglianza di genere, almeno fino al 2050… Così dicono.
Youtube ha smontato lo stereotipo che noi donne guardiamo sempre e solo video sui contenuti di bellezza, moda o make-up. Secondo i dati della ricerca della piattaforma, nei periodi gennaio-dicembre 2015 e gennaio-dicembre 2016, le donne in età lavorativa dedicano il doppio del tempo a guardare video sulle attività imprenditoriali e il triplo sulle piccole imprese, sull’economia e sui servizi aziendali.
I
dati di Youtube confermano così che le donne e le mamme millennials sono diverse dalla generazione delle baby boomers che ci ha precedute, oltre a significare che siamo più numerose e più consapevoli della nostra forza lavoro. E quindi abbiamo spianato la strada alla nuova era del #FemaleTalent (un po’ la versione 2.0 di Rosie the Riveter).
Il punto è che noi donne oggi vogliamo approfondire le nostre conoscenze professionali e per questo lo facciamo anche attraverso video didattici, almeno per il 50% in più rispetto agli uomini, sempre secondo Youtube.
La nuova era del female talent ha cambiato anche il modo di essere we can do it_imprenditoria femminilemamme.
Secondo una ricerca di Google e Ipsos Connect del settembre 2016, le neomamme millennials, infatti, mettono al primo posto sia la realizzazione personale che il proprio ruolo genitoriale e il 67% ha continuato a coltivare le proprie passioni personali dopo la nascita dei figli. Siamo donne imprenditrici e libere professioniste in grado di muoverci nel digitale e nei tempi giusti, fuori e dentro il posto di lavoro. E quindi? Direi allora spazio all’empowerment femminile e via libera a passeggini e biberon a fianco alla scrivania, proprio come succede in Europa (vedi Parlamento europeo).europarlamentare allatta
Perché dico questo? Perché – anche se non sembra – un freno a volte è messo proprio dalle politiche stesse. In Italia, nonostante di recente il Senato abbia dato il via libera al Jobs Act autonomi prevedendo maggiori tutele a favore delle neomamme libere professioniste (dal congedo di paternità esteso anche per i papà all’indennità di maternità), noi donne subiamo ancora la differenza salariale di genere. Secondo i dati dell’Osservatorio JobPricing, infatti, la rendicontazione annuale lorda (Ral) delle donne è di 27.228 euro rispetto a quella degli uomini di 30.676 euro, una differenza del 6,1% rispetto alla media europea del 16,7% (Eurostat 2014). Un dato che – almeno in questa circostanza – ci fa guadagnare il terzo posto nella classifica gender gap con gli altri Paesi Ue. Ma che comunque non ci fa tirare un sospiro di sollievo.
È vero. Abbiamo messo un po’ da parte moda e bellezza per puntare invece su noi stesse, per affermarci professionalmente dando uno slancio all’empowerment rosa. Ma la strada verso l’imprenditorialità femminile è ancora lunga a causa della disuguaglianza di genere. I dati? La disuguaglianza di reddito nell’Unione europea è al 40% e il divario complessivo di guadagno tra uomo e donna è del 39,7%.

disuguaglianza di genereWhat to do? L’Agenzia dell’Unione europea per la disuguaglianza di genere (Eige) ha messo nero su bianco qualche spunto, oltre a qualche dato concreto.  Nell’ultimo Rapporto sui benefici economici dell’uguaglianza di genere, presentato il 2 giugno scorso a Malta, vengono indicati i benefici per l’Ue che deriverebbero da un reale investimento in politiche di lavoro per l’uguaglianza di genere tra uomini e donne: circa 10,5 milioni di posti di lavoro in più entro il 2050 e l’aumento dell’occupazione all’80%. Di conseguenza, politiche di questo raggio metterebbero un freno alla precarietà dei contratti di lavoro (il 27% delle donne europee ha un lavoro precario rispetto al 15% degli uomini).
Dunque, fino al 2050 la strada è ancora lunga. Ma ci siamo mai tirate indietro noi donne?

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