Europa, grandi si diventa: sessant’anni e non sentirli

Dicono che a 50 anni si rinasca. Con nuove idee, nuovi progetti e una nuova voglia di fare. Per l’Unione europea ce ne sono voluti dieci in più.

Dimentichiamoci il processo di Lisbona e ripartiamo dal post-Bexit. Buffo, che ci volesse il referendum del leave per rifare l’agenda europea. Al compimento dei suoi 60 anni, sembra finalmente che l’Unione europea stia rinascendo. Mentre noi litighiamo ancora su quando andremo a votare e con quale legge, in Europa i big del mestiere si incontrano e riaccendono il dibattito europeo. Un anno dopo il referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’Europa dei 27 riparte con un nuovo progetto che include il futuro dell’Ue, la sicurezza e la difesa e l’Unione economica e monetaria. Insomma, oggi, per la prima volta dopo anni, ci siamo: l’Europa sta tracciando la strada verso l’unione politica. Insieme all’Europa sociale, all’Europa dei cittadini che protegge e che dà garanzie.

Ma allora cos’è che non convince dell’Europa?

sessant'anni unione europeaIl fatto è che facciamo dieci passi avanti e venti indietro, quando non siamo in grado di riconoscere le istituzioni europee o una Corte dall’altra. O quando chiudiamo porti e piazziamo eserciti alle frontiere, lasciando la solidarietà oltre il confine. Non è facile parlare di Europa in questo periodo, anche per chi come me – che fa anche parte della generazione Erasmus – crede nel progetto europeo. E lo sappiamo tutti che noi che in Europa ci studiamo e lavoriamo siamo sempre un po’ di parte.
Il 2016 non è stato l’anno migliore per l’Unione europea. L’euroscetticismo, gli effetti dell’austerity, il terrorismo e l’incapacità di una politica di migrazione strutturata hanno fatto vacillare i pilastri dell’Unione, sia sul piano politico che su quello sociale. E ancora oggi accusiamo un po’ il colpo. La crisi finanziaria del 2008 ha aperto la strada ad una nuova e meno efficiente governance, fatta sempre più di Consigli europei stra-ordinari e sempre meno di dialogo istituzionale. E la governance economica di Francoforte ha colmato l’immobilismo politico delle istituzioni. Perché dove l’Unione europea non è arrivata, ci ha pensato la Bce di Mario Draghi.
Ci portiamo dietro un senso di disappartenenza verso l’Unione europea che storicamente non ci appartiene (nemmeno con i giochi di parole). Nonostante l’entusiasmo iniziale, sessant’anni dopo la sua nascita, l’Unione europea viaggia ancora su due binari opposti, quello dell’euroscetticismo e dell’integrazione, e a velocità diverse. Il nazionalismo persiste e di soggetti lepenisti ne vedremo ancora per un po’. E la questione migranti ancora irrisolta è la prova che abbiamo scelto l’individualismo, che abbiamo chiuso le porte a chi desidera vivere in Europa perché nell’Europa ci ha visto speranza e possibilità di crescita. Noi che in Europa ci viviamo, invece, abbiamo scelto di chiuderci dentro i nostri confini e abbiamo lasciato carta bianca ai governi nazionali di decidere le sorti di una nuova Europa: sicura e più forte, prospera, sociale e resiliente. Ma, dopotutto, “la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante”, hanno sottoscritto i 27 leader europei lo scorso 25 marzo a Roma. Vorrà dire che allora aspetteremo per la nuova Europa. Ancora un po’.

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